Qualche nota sugli infiniti melologhi et similia di MGC

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La lettura de L’infinito mèlo di Maria Grazia Calandrone, che in questi anni ha spaziato dalla poesia al teatro, dalla prosa alla critica, porta ancora una volta a una riflessione ulteriore, che abbraccia sì la poetica dell’autrice, ma che si allarga in universale a un discorso pieno sul fare contemporaneo, poiché mai in lei si potrà distinguere la sua attività letteraria da se stessa, dal suo essere, in primis et ab imo pectore, poeta. Tale premessa pare indispensabile per affrontare il corpus de L’infinito mélo, iceberg dell’assunto dell’autrice, espresso in un articolo uscito su Il manifesto: “Il fondamento del fare poesia è una compassione etimologica e primaria, ovvero la identificazione con il bene e il male dell’altro. […] La poesia non è un’attività letteraria, è una evoluzione dell’io, una sua attività di estroversione, una radicale dimenticanza.”[1]

Sin pathòs, ossia provare sulla propria pelle il dolore degli altri, “patire con” o in altre parole farsi carico delle sofferenze, prendersene cura, anche se non richiesto esplicitamente, dare corpo a un disagio, scaturito dal male che ognuno prova indelebile su di sé. Compito della poesia è quello di colmare (o forse calmare) una mancanza ad libitum. Questo libro è la riprova, la testimonianza sincera, esclusiva e pura di tutto ciò così come viene attestato ne Il rumore bianco della poesia, prefazione, introduzione a Vivavox, cd allegato al libro, quando Calandrone afferma: “La poesia è generata dal dolore e ne è la filatura solitaria […] Non è che il pigolio di una particola e io vengo investito dalla compassione per tutti”.

Per associazione mentale, chi scrive apparenta il dettato della poetessa a quello di Sophie Lucet che nel suo romanzo Traverser l’oubli (Seuil 2009), distingue due tipi di lutti, quello abituale, definitivo ed escludente, da quello migratorio: “causato da una separazione e non da una perdita. Il fantasma al ritorno trasforma dunque il lutto in infinitudine […]”[2]

Un infinito, quello di Calandrone, la quale afferma la sua poesia essere un continuo “attraversamento di lutti”, che tende a ripetersi in mille variazioni e a gettare con sguardo ironico nuova luce, perché sicuramente la chiave di lettura del testo è l’utilizzo della figura retorica di senso, che permette un’apertura a campi semantici più diversi: dalla donna angelo a quella del focolare a Lilit o come suggerisce l’autrice la divinità egizia Bastet, declinazioni di una proiezione amorosa di un giovane che giura fedeltà e persegue una rinnovata Vita Nova e in realtà desidera in tutto e per tutto una donna come Angelica o la Pisana.

L’infinito mélo, che incide fin dai primordi del Verbo, sulla storia umana è un divertissement, una sorta di operetta buffa, in cui il dolore si stempera, perché si trova anche e soprattutto nell’incomprensione (maschile, nell’incapacità di aderire al voto e al dono di una donna, in senso prettamente weiliano) una via d’uscita per attestare la presenza e l’ineluttabilità di farsi permeare ed essere amore assoluto: “Dire ti amo è un impegno incommensurabile” p.68.  Tale asserzione ha nelle poesie di Rilke e nella prosa della Cvetaeva il proprio contraltare: “Ciò che sono/ per amor tuo mi commuove”, “Non dire a una persona “ti amo”, di’ “ti adoro” ed ella capirà”.

L’io autodiegetico dello “pseudoromanzo” è determinato dal fatto che Caladrone pone in gioco se stessa, in una prosa di necessità lirica, come la sua poesia, propriamente detta, e come il suo teatro. Il dire io, ossia agire e operare in carne viva, pulsante della parola, è l’essenza stessa del poeta e porta al grado zero della scrittura, che non è mai letteratura, bensì accettazione serena, dopo il tumulto che porta alla luce, di una coincidenza, di una inscindibilità della persona.

L’infinito è un giuramento e una promessa mancata, perché il tu a cui ci si riferisce è mancante, volutamente monco ed è stato il suo limite ingannarsi di essere altro solo per arrivare a possedere; mentre l’io nella sua chiaroveggente apertura è stato pronto a tutto, a mostrare la parte sua più intima, pronto a donare, conscio di non aspettarsi nulla in cambio se non fede. Chi crede, ama ed è l’assunto più semplice e disarmante del testo, è la riproposizione laica del sentimento di Teresa d’Avila per San Giovanni della Croce, è la dimostrazione che Alcesti è sempreviva e vigile fra noi.

Quando qualcuno promette la sua anima alla tua, per sempre, nella sua interezza e purezza, l’esistenza diventa piena. Nel libro vi è tutto questo, ma è in substrato, a un livello nemmeno tanto subliminale, ma certamente esautorato, a causa del diniego e dell’offesa, priva di fondamento del tu maschile, che rinnega la fedeltà amorosa. All’io non resta che sovvertire il sublime in gioco (serio), semoquer, per tracciare un perimetro in cui arroccarsi e permettere all’anima di abituarsi all’infinitudine del mondo senza il tu. Si va in scena e ci si salva.

Volutamente non ci si soffermerà sulla storia, qui fabula e intreccio sono tutt’uno, in una dimensione magica e invertita del reale disneyano, ma si lascerà il lettore a porsi in ascolto, a riflettere, a indignarsi, a ridere a crepapelle, la vis comica di Calandrone fuoriesce a ogni pagina, a identificarsi e divenire l’io presente negli affreschi o tableaux vivants, in cui è suddiviso il romanzo. Paragrafi simili a scene di vita quotidiane e a trasfigurazioni parimenti alle sacre rappresentazioni teatrali, in cui il reperto iconologico così come il rimando a esempi letterari sono un’unica cosa con la vita.

L’inifinito mélo è tutto questo, ma è ancora tanto altro, poiché permette un discorso ampio sulla contaminazione o compenetrazione fra teatro e poesia, in cui Calandrone s’inserisce appieno. Sossella Editore, a cui si deve la pubblicazione nelle collane Occhio e Orecchio, delle testimonianze più interessanti di questi anni (Ciò esula della Ripa di Meana recitata dalla Pozzi; il dvd Paesaggio con fratello rotto del Teatro della Valdoca; Elettra di Ballestrini), ha creduto nel lavoro della Calandrone e ha dato la possibilità al lettore di ascoltare la sua voce. La poetessa si è accostata tardi al teatro, rispetto al suo apprendistato poetico, ma è come se fosse stato da sempre la sua dimora, poiché tutto in lei tende ad libitum ad essere evento teatrale e non servirebbe nemmeno citare la sua Teresa (scrittura poematica a fuoco vivo) o i testi scritti appositamente per il suo doppio artaudiano ovvero Sonia Bergamasco (Pochiavvenimenti felicità assoluta o Scimmia), perché la voce è la testimonianza di un’interiorità che prorompe in scena o meglio in Calandrone è il suo organo vocale, che si fa strumento, corda, alla stregua delle teorizzazioni di CB o di Stratos. Lo studio sistematico delle armonie, della parola che accompagna la musica e la incarna (ancora una volta torna il Bene dello schumanniano Manfred) deve molto anche alla collaborazione di MGC col compositore Stefano Savi Scarponi, ma ciò che mi pare è che tutte queste presenze abbiano portato alla luce ciò che soggiaceva a priori e che ora Calandrone definisce con una bella espressione: “lettura melodica”. In principio non era il verbo, bensì il Canto atavico della Terra, non Eva, ma Lilit. Chi si accosta per la prima volta all’ascolto troverà nella phoné dell’autrice un mondo primordiale, magmatico, il mondo all’origine delle cose. Una voce che proviene dal profondo, da lontano e ricorda quella di Amelia Rosselli, dal centro della terra, dal fuoco del sacrificio di sé.

Si è scossi dalla voce, anche perché Calandrone è a tutti gli effetti performer ovvero “l’attore prima del suo essere interprete, ancora al di qua della sua funzione rappresentativa” ed ancora colui che è “in grado di suscitare l’interesse di uno spettatore” attraverso strumenti tecnici performativi come “ il corpo, la voce, le abilità, i costumi, l’occupazione intenzionale dello spazio”, secondo il postulato di Luigi Allegri.[3]

Come se il poeta fosse in un prima, necessitato a dire e con la ferrea volontà di pronunciare ed essere- tramite una lettura non espressiva, bianca (quello che a teatro è il neutro)- colui che arde d’amore:

“Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena”.

Calandrone adempie, con un gesto ardito, la tessitura della linea degli apsidi e dunque congiunge ciò che non aveva corpo con l’esistente, intreccia radiazioni, che portano alla consapevolezza della compassione di cui si è detto, contiene il suo dolore e si fa partecipe dell’altro da sé. E in questo senso va oltre il troppo umano e dimostra come ella sia poetessa del presente, di un nuovo secolo, una delle poche che sfida il superamento della soglia kafkiana.

E noi con lei siamo pronti senza paura a piangere d’amore per questo.

“Dall’inizio del mondo”.

 

[1] Maria Grazia Calandrone, Fare poesia è un’azione politica, Manifesto, 17 luglio 2011.

Sophie Lucet, Traverser l’oubli, Seuil, Paris, 2009, p.123. La traduzione è mia.

[3] Luigi Allegri, L’artificio e l’emozione, l’attore nel teatro del Novecento, Bari, Laterza, 2009, p. 7.

 

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2 pensieri su “Qualche nota sugli infiniti melologhi et similia di MGC

  1. Giulia Vittori

    La tua critica lascia intravedere l’opera, cosa assai rara. Affabulando su suono e passione di testi che ancora non conosco, mi invogli a leggerli. Li descrivi come unici e intanto pero’ dai le coordinate per collocarli e farsene un’idea. Tanto maggiore allora sara’ l’esperienza e spero il piacere personale di leggerli, quando accedero’ al libro e all’ascolto.
    Giulia Vittori
    P.S. Molto bella la grafica!

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